di Maurizio Blondet 10 maggio 2014
Homs derattizzata. I ratti che se ne vanno sono i ribelli islamisti: disfatti dall’esercito regolare di Assad, ridotti alla fame per mancanza di rifornimenti, dopo due anni di assedio hanno accettato di ritirarsi secondo un accordo mediato da Onu ed Iran. Circa duemila sono stati fatti salire su autobus del Governo, scortati da poliziotti di Assad in giubbotto antiproiettile; ciascuno ha potuto portare con sé l’arma individuale. Hanno dovuto rivelare dove avevano seminato le mine, e restituire diverse persone che avevano catturato nelle città sciite di Nubl e Zahara e a Kassab. Il convoglio è stato scortato da jeep bianche dell’ONU verso il Nord, o verso la Turchia o verso roccaforti di resistenza jihadista che ancora combattono. Lasciano una città –l’antica Emesa romana – distrutta fin dalle fondamenta.
La Reuters era presente ed ha intervistato un guerrigliero che ha detto di chiamarsi Abu al-Homsi: «Abbiamo continuato per mesi a premere sulla comunità internazionale che levasse l’assedio, ma non abbiamo avuto risposta. Abbiamo perso più di 2 mila martiri». Hanno perso la roccaforte principale, quella dove la popolazione (sunnita) era in gran parte con loro. La capitale della rivoluzione, si dice.
Qualche commentatore francese ha trovato che questa evacuazione analoga a quella concordata tra la Francia e la Siria per esfiltrare, nel febbraio 2012, i jihadisti insediatisi in un quartiere di Homs, Baba Amr. Lì 3 mila takfiristi con una quarantina di famiglie che li sostenevano avevano proclamato un emirato islamico; avevano sgozzato 150 abitanti per mancata adesione alla Sharia, tanto per dare una lezione; facendo fuggire il resto della popolazione.
Per l’Occidente, sono meglio di Assad