Corte europea: non esiste il diritto all'aborto
di Marco Respinti
17-12-2010
La buona notizia è che ieri la Corte europea dei diritti dell’uomo ha finalmente e con chiarezza stabilito che nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali non esiste alcun diritto all’aborto. Quella meno buona è che contemporaneamente la Corte rimanda ai parlamenti nazionali degli Stati membri dell’Unione Europa ogni decisione legislativa sul punto. L’ambiguità sta tutta nel fatto che se, in teoria, il secondo provvedimento garantisce una misura di democrazia assolutamente necessaria dentro le istituzioni europee, salvaguardando il principio della sovranità nazionale, in pratica sposta solamente il problema quasi fingendo di non vedere quali siano gli orientamenti legislativi della stragrande maggioranza dei parlamenti degli Stati membri dell’Unione Europea in tema di diritto alla vita. Del reste, proprio una delle eccezioni storiche all’orientamento filoabortista della media delle legislazioni nazionali, l’Irlanda (lì l’aborto è vietato se non in casi rari e particolarissimi), è stato il casus belli.
La sentenza di Strasburgo ha chiuso ieri il caso, noto come “ABC”, aperto nel 2005 dal ricorso presentato da tre donne (due irlandesi e una lituana residente in Irlanda) contro la legislazione non-abortista del Paese accusato per questo motivo di violare l’articolo 8 della suddetta Convenzione europea (un trattato internazionale redatto dal Consiglio d’Europa ed entrato in vigore nel 1953), il quale tutela il «diritto al rispetto della vita privata e familiare».
Per abortire le tre donne si recarono a suo tempo, come di triste prassi in questi casi, in Gran Bretagna. Una di esse era appena uscita dal cancro e chiedeva di abortire temendo che portare a termine la gravidanza indesiderata avrebbe causato una recrudescenza del male. A lei, solo a lei, la Corte di Strasburgo ha dato ragione, ravvisando una violazione del famoso art. 8 e quindi condannando l’Irlanda a risarcire la donna con 15mila euro.
Ciò che però ha fatto ieri Strasburgo è stato solo riconoscere una violazione di quell’articolo della Convenzione, non il sostenere che esso contempli positivamente il diritto all’aborto.
Certamente, nel caso concreto, l’art. 8 è stato strumentalmente utilizzato da “C” per sostenere il diritto all’aborto, ma di per sé la Convenzione non lo stabilisce, né in spirito né in lettera.
Il crinale è sottile e la lotta serrata. Certe forze politiche e lobby culturali cercano d’introdurre a forza in Europa il diritto all’aborto là dove esso non esiste, invocando una sorta di “spirito dei trattati” europei “aleggiante” per “opinione comune” sopra i testi dei documenti stessi. Le autorità giuridiche custodi dell’“originalismo” dei trattati li smentiscono categoricamente e costantemente testi alla mano. Ma il limbo dell’interpretazione resta ancora troppo ampio.
Quanto a “C”, il caso che più si presta a valutazioni capziose, il PNCI, Parliamentary Network for Critical Issues (un coordinamento internazionale per la promozione e il rispetto della dignità della vita umana, diretto a Washington da Marie S. Smith), diffonde ora una importante dichiarazione di John Smeaton, direttore nazionale della Society for Protection of Unborn Children che ha sede a Londra. «La Corte», dice Smeaton, «ha frainteso la Costituzione irlandese, confondendo l’aborto con le cure mediche. La Costituzione d’Irlanda non prevede alcun diritto all’aborto, né il diritto alla vita dei bimbi non nati può in alcun modo essere ritenuto in concorrenza con il diritto alla vita delle madri. L’aborto non è una cura medica e l’Irlanda, dove l’aborto è vietato, offre alle madri le migliori cure sanitarie del mondo. Se diventerà legge, questa sentenza legalizzerà l’aborto per un ampio ventaglio di circostanze».
Il pericolo, insomma, non è scongiurato. Resta però il fatto che la decisione di ieri è, dice il PNCI, una grande sconfitta della logica abortista, quella che sognava di trasformare il caso “ABC” nella legalizzazione dell’aborto “europeo” insinuando il dubbio che la legislazione irlandese sia incoerente rispetto ai parametri medi degli Stati membri.
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venerdì 17 dicembre 2010
STRASBURGO, LA CORTE EUROPEA CON UNA SENTENZA DI CUI SENTIREMO MOLTO PARLARE.......
lunedì 9 novembre 2009
LA CORTE DI STRASBURGO,ALQUANTO MIOPE,HA COMPATTATO GLI ITALIANI CHE SI SCHIERANO A STRAGRANDE MAGGIORANZA PER IL CROCIFISSO
a proposito della sentenza sul crocifisso
Novembre 8th, 2009
Se veramente avessero voluto eliminare il crocifisso da tutti gli edifici pubblici, avrebbero dovuto essere minimamente intelligenti, i giudici della sedicente Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, e non avrebbero mai dovuto formulare quella sentenza. Il crocifisso lo stavano togliendo piano piano da tutte le parti, senza polemiche, silenziosamente. Nell’indifferenza, o al massimo, ad essere buoni, nella inconsapevolezza dei più.
Con la sentenza, invece, hanno scatenato una specie di rivolta popolare, obbligando anche i più tiepidi a schierarsi per lasciarlo dov’è. E adesso, dopo la sentenza, tutti quelli che vanno in qualsiasi edificio pubblico – scuola, comune, tribunale, etc. – controllano se il crocifisso c’è, e dove non lo trovano ce lo rimettono.
Il giorno dopo la sentenza, per esempio, io ero in treno, e con il giornale aperto ho cominciato a parlare ad alta voce, protestando in modo abbastanza colorito sulla faccenda, con tutto il vagone dalla mia parte e nessuno che osasse dire il contrario. Annuivano tutti, aggiungendo epiteti non proprio gentili e tantomeno caritatevoli nei confronti dei giudici suddetti. Uno seduto dietro di me ha chiarito di essere totalmente d’accordo con me, pur non entrando in chiesa da tantissimo tempo.
Il popolo italiano si è sentito offeso, insomma, e si è compattato, perché l’impressione, netta, è stata che un microscopico gruppo di inutili giudici stranieri - l’unico italiano presente ha un cognome tanto noto quanto impronunciabile, straniero pure lui, insomma - che “lavora” per quella cosa inutile che è l’Europa – smettiamola con la retorica, per il 95% degli italiani il più grande vantaggio dell’Unione europea è che non bisogna più usare i travel check - viene ad impicciarsi di quello che facciamo a casa nostra, e vuole imporci quel che pensa. Ed è pure abbastanza inutile, anche se è corretto, spiegare che la sedicente Corte dei Diritti Umani non c’entra un bel niente col parlamento europeo. Per il cittadino quadratico medio basta la parola: Europa, roba lontana e, nella migliore delle ipotesi, inutile. Spesso, purtroppo, dannosa.
Non hanno fatto un gran servizio alla causa europea, insomma, i giudici della sedicente corte dei diritti umani. E neanche hanno risollevato la categoria dei giudici, che ultimamente non va per la maggiore.
E invece a noi che in quel Crocifisso crediamo, la sentenza che ce lo vuole togliere ha fatto un gran favore. Ci ha ricordato che averLo davanti non è scontato. E che i segni della Sua presenza non debbono ridursi ad arredi decorativi, oramai familiari. Di un arredo se ne può fare a meno. Del Suo segno, no.
Fonte:http://stranocristiano.it/2009/11/a-proposito-della-sentenza-sul-crocifisso/
giovedì 5 novembre 2009
CARD.CAMILLO RUINI INTERVISTATO DA CARLO MELATO DEL SUSSIDIARIO.NET
ESCLUSIVA/ Ruini: rifiutando Dio si dissolve l'uomo
Da anni la Chiesa richiama l’attenzione sull’"emergenza educativa", forse la sfida antropologica più impegnativa del nostro tempo, in cui la società sembra aver abdicato al suo compito «in nome di una sterile neutralità». A partire da questa preoccupazione è nato il Comitato per il Progetto culturale della Conferenza episcopale italiana, presieduto dal cardinale Camillo Ruini, che ci ha gentilmente concesso un'ampia intervista su questi temi.
Eminenza, il Progetto culturale della Cei nasce dalla preoccupazione di offrire un contributo per rispondere alle sfide più urgenti delle persone e della società in Italia. Quali sono oggi le esigenze e i pericoli che interrogano maggiormente i cristiani e la Chiesa?
Per il cristiano autentico è innanzitutto fondamentale il suo rapporto con Dio, che passa attraverso Gesù Cristo. Questa è la prima preoccupazione che deve avere, anche nel campo della cultura. La cultura contemporanea tende spesso, infatti, a lasciare Dio fuori dal proprio orizzonte e ad allontanare noi stessi da Lui.
A partire da questa esigenza quali obiettivi si pone il Progetto culturale?
Il Progetto Culturale vuole tenere aperto il rapporto dell’uomo con Dio. Un rapporto che ha due direzioni: da Dio all’uomo, innanzitutto, perché Dio per primo viene in cerca di noi e, in secondo luogo, dall’uomo a Dio.
Con questo Progetto la Chiesa riafferma la validità della fede in quel Dio che si rivela, concetto purtroppo scomparso dall’orizzonte della cultura contemporanea, e, in secondo luogo, lascia spazio alla ricerca di Dio. L’uomo, interrogandosi, giunge di fronte alla questione di Dio e soltanto rispondendo ad essa in maniera positiva trova un compimento del suo percorso, anche intellettuale.
Quali sono i principali campanelli d’allarme della cosiddetta “emergenza educativa” a cui lei sta dedicando da anni molta attenzione? Chi deve sentirsi chiamato a rispondere a questa emergenza?
Tutti devono sentirsi chiamati a rispondere: i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti, ma anche i politici, i giornalisti, il mondo dello sport, dello spettacolo e del tempo libero. Ogni persona ha responsabilità educative, compresi gli stessi ragazzi.
Cosa intende per educazione?
La formazione della persona, che avviene attraverso il dialogo tra due libertà, quella di colui che educa e quella di colui che viene educato. Anzi, più propriamente, di colui che cerca di educarsi attraverso l’uso positivo della sua intelligenza e della sua libera volontà, per indirizzare positivamente gli impulsi che sente dentro di sé. La responsabilità è quindi universale, anche se naturalmente ha diversi gradi di intensità.
Nel Rapporto dal titolo “La sfida educativa” si avverte la preoccupazione antropologica della Chiesa, che interviene quando avverte il pericolo che l’uomo perda se stesso. Mettere al centro l’uomo può costituire un terreno comune per un dialogo tra cattolici e laici?
Per quale motivo?
Perché oggi l’uomo in quanto tale rischia di essere ridotto al dato naturale, dissolvendo l’uomo come soggetto, che era stato al centro della cultura moderna e che, secondo la parola di Kant, deve essere considerato sempre come un fine e mai soltanto come un mezzo. Vorrei poi far notare che c’è un rapporto profondo tra la questione dell’uomo e la questione di Dio.
Cosa intende?
Giovanni Paolo II nella sua seconda enciclica, Dives in Misericordia, afferma che il teocentrismo e l’antropocentrismo non sono alternativi fra loro, come pensa spesso il pensiero non credente, ma sono intimamente congiunti, e congiunti in Cristo. Se l’uomo non fosse veramente soggetto sarebbe difficile pensare a un Dio personale e libero, allo stesso tempo se Dio non ci fosse sarebbe ben difficile non ridurre l’uomo al resto della natura. Da dove potrebbero venire infatti la sua intelligenza, la sua libertà, la sua irriducibilità in quanto soggetto, se non vi fosse una realtà originaria che abbia carattere personale?
Con queste premesse la Chiesa rilancia il dialogo con tutti coloro che vorranno confrontarsi. Ritiene possibile la ripresa di un serio dibattito culturale, in un contesto di contrapposizione permanente e a tutti i livelli?
Penso che questa ripresa sia già in atto. Naturalmente il dibattito culturale si articola in maniera diversa a seconda degli interlocutori. Non dobbiamo considerare i laici, nel senso di coloro che non si considerano in senso proprio appartenenti alla Chiesa, come un blocco monolitico e omogeneo. Come già sottolineava l’allora Cardinale Ratzinger, in un suo libro in dialogo con Marcello Pera, gli atteggiamenti dei laici nei confronti della fede sono molto diversi. Del resto anche coloro che si professano “credenti” non sempre hanno dentro di sé una profonda adesione di fede.
A quali posizioni si riferisce?
Ci sono laici, ad esempio, che intendono la loro laicità come rifiuto di ogni ruolo pubblico della Chiesa e spesso anche come rifiuto di qualsiasi possibilità dell’esistenza di Dio.
Questo impedisce ogni possibilità di dialogo?
In questi casi occorre sostenere le ragioni della fede con quella generosità, pazienza e carità, che sono richieste sempre al cristiano, ma anche con rigorosità e fermezza, secondo la prima Lettera di San Pietro: sempre pronti a rendere ragione della speranza che è in noi, con dolcezza e rispetto.
Quale posizione realmente laica rende invece possibile il dialogo?
Esistono moltissimi laici, in Italia e nel mondo, tra le persone comuni o gli intellettuali, che hanno una posizione aperta e con cui è facile trovare dei punti di incontro, soprattutto, come dicevamo prima, riguardo alla questione dell’uomo.
Molti di questi laici sono preoccupati di conservare, difendere e rilanciare il carattere umanistico della nostra civiltà, la centralità dell’uomo e la sua non riducibilità a “semplice particella della natura”, per usare un’espressione del Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes.
A volte però il dibattito che lei auspica sembra difficile da realizzare. Si assiste spesso al muro contro muro e gli interventi della Chiesa, soprattutto sui temi etici, vengono bollati di intolleranza, ingerenza e integralismo. Perché avviene questo?
A causa di un concetto troppo stretto di laicità, che comporta l’esclusione della trascendenza, di ogni apertura verso Dio, ma anche il rifiuto di una morale oggettiva, fondata sulla natura stessa dell’uomo.
La Chiesa interviene su questioni che riguardano l’ordine politico e legislativo, quando questo ordine tocca problematiche che hanno innanzitutto una dimensione di etica pubblica, circostanza divenuta molto più frequente negli ultimi decenni, non per volontà della Chiesa.
Quali sono allora le cause?
Da una parte gli sviluppi scientifici che riguardano l’uomo, le questioni bioetiche, dall’altra i cambiamenti avvenuti nel costume, per cui ciò che per secoli, anche da parte dei laici, era accettato sebbene avesse storicamente una matrice cristiana è stato sistematicamente negato e avversato. Se non si accetta una morale oggettiva, fondata sulla natura dell’uomo, non si accetta nemmeno che la Chiesa intervenga. Se invece si riconosce che vi sono delle leggi non scritte che stanno prima del nostro libero arbitrio, viene riconosciuto anche il diritto-dovere della Chiesa di ricordare all’uomo queste verità.
A proposito degli sviluppi scientifici, poco tempo fa Lei si è pronunciato sul dibattito tra fede e scienza, destinato a diventare sempre più attuale. Può ricordare il motivo della sua preoccupazione?
La fede non è affatto ostile alla scienza. L’intelligenza è il grande dono che Dio ha fatto all’uomo, e la scienza è un suo prodotto insigne. La scienza moderna e contemporanea, da Galileo in poi, è una nuova tappa del percorso intellettuale dell’umanità. Ha un grande valore e non deve avere limiti. Tutti noi vogliamo che cresca. Se da un lato però non si devono mettere limiti al conoscere, dall’altro bisogna accettarne sull’uso delle capacità tecnologiche, di cui ci ritroviamo a poter usufruire.
Quale criterio permette di stabilire i limiti appropriati?
Quali conseguenze porta l’uso della persona come mezzo? Questo sta già accadendo?
In base a questo errore di fondo si stanno distruggendo embrioni per curare malattie, una pratica che tra l’altro la scienza stessa ha scoperto di poter evitare attraverso la riprogrammazione delle cellule staminali adulte, che diventano così pluripotenti. Lo stesso errore si commette sul tema del “fine vita”. Non si tratta di ricadere nell’accanimento terapeutico, ma semplicemente di rispettare la vita umana senza strumentalizzarla per altri scopi.
Affrontando questi temi non può non tornare alla mente il Caso di Eluana Englaro, la contrapposizione di quei giorni e la tragica conclusione della vicenda. Cosa ha significato questo fatto e quali conseguenze ha avuto?
Al di là delle questioni sul testamento biologico, nel caso Englaro ci fu un aspetto molto grave: Eluana non aveva lasciato un tale testamento, ma questo è stato presupposto. Un fatto di una gravità enorme. L’esperienza poi insegna che bisognerebbe andare cauti sull’idea di testamento biologico.
A quale esperienza si riferisce?
L’uomo, quando si trova nel pericolo, normalmente vuole continuare a vivere e accetta anche condizioni inferiori e diverse, che probabilmente da sano non avrebbe pensato di poter accettare. In ogni età e condizione le nostre attese e pretese si modellano anzitutto sulla realtà, ma il desiderio fondamentale di ogni esistente rimane quello di continuare a vivere. Vorrei però sottolineare il fatto che non sono in gioco soltanto l’origine e la fine della vita, ma l’uomo in quanto tale.
Quali pericoli intravede su questa strada?
Fra non molti anni le biotecnologie saranno capaci di modificare profondamente il soggetto umano: c’è chi tende a una specie di superuomo, illudendosi così di fare il bene dell’umanità. È importante che le biotecnologie vengano usate per curare il soggetto umano, non per trasformarlo o per distruggerlo, secondo un disegno prometeico che si rivolgerebbe contro l’uomo stesso.
Quale responsabilità hanno i cattolici impegnati in politica riguardo a questi temi?Ultimamente in alcune formazioni sembrano non avere il diritto a una posizione dettata dalla coscienza su temi sensibili, dove prevale la linea di partito.
Penso che l’indicazione data da Giovanni Paolo II al Convegno Ecclesiale di Palermo del 1995 sia ancora pienamente valida. I cattolici devono essere coerenti con i valori umani essenziali anche nel campo legislativo e politico. Nella misura in cui questa coerenza è esercitabile nell’una o nell’altra formazione politica, i cattolici possono svolgervi il loro compito. Se invece constatano che in una determinata formazione non ci sia più spazio, allora per coerenza dovrebbero rinunciare a quella collocazione politica.
Seguendo il suo ragionamento, in ogni circostanza la Chiesa rimette l’uomo al centro, questo vale anche sulle questioni economiche, come la crisi che stiamo attraversando. Anche questa crisi ha cause antropologiche?
Certamente. Come la crisi del comunismo fu una crisi economica che aveva però profonde cause antropologiche, una visione riduttiva dell’uomo, come scriveva Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus, così anche la crisi del sistema economico attuale ha come causa una visione soltanto economicistica. Il fattore umano in quanto tale, e la sua centralità non sono stati tenuti abbastanza in conto, così come la centralità dell’etica. L’etica non è qualcosa di aggiunto dall’esterno, ma un’esigenza interna alla stessa economia. Se viene meno, alla lunga non possono che arrivare risultati negativi. Questo è anche il senso profondo dell’Enciclica Caritas in veritate.
Da ultimo qual è il richiamo della Chiesa invece davanti alla questione morale tornata all’ordine del giorno dopo i numerosi scandali che vedono protagonista la politica?
Il richiamo della Chiesa è ben noto, dai 10 comandamenti in poi. La Chiesa però non deve lasciarsi coinvolgere nell’uso strumentale di queste questioni, come spesso accade nel dibattito politico.
(Carlo Melato)
LA RAPPRESENTANZA IN ITALIA DELLA COMMISSIONE EUROPEA PRECISA: CORTE STRASBURGO NON E' ISTITUZIONE UE
Mercoledi 04 Novembre 2009 CROCIFISSO NELLE SCUOLE - Doverosa precisazione La Corte europea dei diritti dell’uomo non è un’istituzione Ue |
“La Corte europea dei diritti dell'uomo non è un'istituzione dell'Unione europea”: a precisarlo in una nota è il 4 novembre la Rappresentanza in Italia della Commissione europea. “In riferimento agli articoli pubblicati da alcuni media italiani sulla sentenza relativa all'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche italiane, in cui si fa confusione tra la Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) e l'Unione europea (Ue)” la Rappresentanza in Italia della Commissione europea chiarisce che “l'Unione europea (www.europa.eu) nasce con la Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio) nel 1951 e si sviluppa successivamente attraverso la Cee (Comunità economica europea) e con la Ceea (Comunità europea dell’energia atomica) nel 1957”. Le competenze di queste organizzazioni sono definite dai “Trattati fondanti le suddette Comunità e ulteriormente estese dal successivo Atto unico europeo (1986)”. Con il Trattato di Maastricht (1992), prosegue la nota, “è stata istituita l’Unione europea, che insieme alle Comunità preesistenti punta ad un’integrazione sempre più stretta tra gli attuali 27 Stati membri. In seguito sono nati il Trattato di Amsterdam (1997) e il Trattato di Nizza (2001)”. Nel 2007, rammenta ancora la Rappresentanza, “è stato firmato il Trattato di Lisbona che modifica e semplifica i precedenti” ed “entrerà presto in vigore dopo il completamento del processo di ratifica”.
Le istituzioni principali Ue sono la Commissione europea, il Parlamento europeo e il Consiglio europeo, mentre il suo organo giurisdizionale è la Corte di giustizia dell'Ue che ha sede a Lussemburgo, precisa ancora la Rappresentanza in Italia della Commissione europea. Invece, sottolinea la nota, “la Corte europea dei diritti dell'uomo (http://www.echr.coe.int/echr/) è stata istituita nel 1959 allo scopo di garantire il rispetto da parte degli Stati contraenti degli obblighi da essi assunti nell'ambito della Convenzione europea per i diritti dell'uomo del 1950”. Quest'ultima, la cui denominazione completa recita: "Convenzione di salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà fondamentali" è stata invece elaborata e approvata in seno al Consiglio d'Europa, “istituito nel 1949, prima della nascita della Ceca e quindi dell'Unione europea, rispetto alla quale ha finalità diverse”. Gli Stati membri del Consiglio d’Europa, che ha sede a Strasburgo, sono 47, tra i quali i 27 Stati membri Ue e 20 che non fanno parte dell’Ue. “Pur collaborando tra loro – conclude la nota – l'Unione europea da una parte, e il Consiglio d'Europa con la Corte europea dei diritti dell'uomo dall'altra, rappresentano due organizzazioni diverse che hanno dunque differenti finalità, istituzioni e metodi di lavoro”. |
Fonte: http://www.agensir.it/pls/sir/V2_S2DOC_B.quotidiano?id_session=guest&password=guest&id_oggetto=182593&tema=Anticipazioni&argomento=dettaglio&sezione
martedì 3 novembre 2009
UNA CITTADINA ITALIANA,NATA IN FINLANDIA,HA VINTO ALLA CORTE DI STRASBURGO:VIA DALLE AULE IL SIMBOLO DELLA CRISTIANITA'
Corte Strasburgo, no a crocefisso nelle classi
Accolto il ricorso di una cittadina italiana
03-11-09 |
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UE/CROCIFISSO: GELMINI, NESSUNO PUO' TOGLIERCI NOSTRE TRADIZIONI
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(ASCA) - Roma, 3 nov - ''La presenza del crocifisso in classe non significa adesione al Cattolicesimo ma e' un simbolo della nostra tradizione. La storia d'Italia passa anche attraverso simboli, cancellando i quali si cancella una parte di noi stessi. Nel nostro Paese nessuno vuole imporre la religione cattolica, e tantomeno la si vuole imporre attraverso la presenza del crocifisso. E' altrettanto vero che nessuno, nemmeno qualche corte europea ideologizzata, riuscira' a cancellare la nostra identita'''. Cosi' il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, ha commentato la sentenza della Corte di Strasburgo.
''La nostra Costituzione inoltre riconosce, giustamente, un valore particolare alla religione cattolica. Non vorrei che alcune norme a cui si rifanno i giudici della Corte di Strasburgo fossero in contrasto con il nostro dettato costituzionale. Non e' eliminando le tradizioni dei singoli paesi che si costruisce un'Europa unita - ha aggiunto Gelmini - bisogna anzi valorizzare la storia delle nazioni che la compongono. Per questi motivi, secondo me il crocifisso rappresenta l'Italia e difenderne la presenza nelle scuole significa difendere la nostra tradizione''. res-rus/sam/lv |
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Fonte: http://www.asca.it/news-UE_CROCIFISSO__GELMINI__NESSUNO_PUO__TOGLIERCI_NOSTRE_TRADIZIONI-871619-ORA-.html
