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giovedì 18 ottobre 2012

NON SI PUO' DIRE MA A VOLTE ACCADE!!!

«Un uccello canta anche in un bosco di spine» 
(San Francesco di Sales)

http://www.culturacattolica.it
Non si può dire, ma a volte accade.
Non è il caso del giudice Cocilovo. L’ha detto e io gli credo.
Però ho quasi cinquant’anni, da venticinque insegno agli adolescenti e da loro ho sentito tante storie. Storie vere.
Non si può dire, ma a volte accade.
Accade che una ragazzina scopra di essere incinta e, impaurita, non abbia nessun adulto che la sostenga davvero. E allora il consultorio, i medici, il giudice tutelare magari la indirizzano verso la strada più breve. Non ho detto la più giusta. Non ho detto la più indolore. La “convincono” a decidere di far ammazzare il suo bambino. Certo non glielo dicono così brutalmente. Le spiegano che in fondo è stato un incidente e che può capitare, ma che la prossima volta dovrà stare più attenta. Le dicono che quel che ha in grembo bambino ancora non è e che dunque faccia presto. Che è meglio togliersi il pensiero subito, in fretta, prima che da fuori si veda. Da fuori. Dentro però lei la sente la vita che c’è, nuova. Vita che, quasi invisibile, sta comandando il suo corpo.
Non si può dire, ma è così.
Quel che liquidano come “grumo di cellule” è a tal punto una presenza presentissima, che ha bloccato il ciclo mestruale di sua madre. Che le ha reso il seno più turgido. Che la ha fatto venire quel po’ di nausea che sente, quel non so che... 
Non si può dire, ma a volte accade.
Accade che i consultori bypassino la famiglia. Ti vergogni? Hai paura che reagiscano male? Non vuoi parlarne con i genitori? Confidarti e confrontarti con loro? Non c’è problema. Se il problema c’è, te lo risolviamo noi. Ricorriamo al giudice tutelare, lui sa. Ti dirà cos’è bene per te. Si farà aiutare dai tecnici, dagli esperti, vaglierà. Però sappi che alla fine la decisione è la tua.
Non si può dire, ma alle volte accade.
In nome della “salute riproduttiva” non è indispensabile che il bambino che hai in grembo presenti anomalie o malformazioni. Né che tu, madre, sia a rischio di morte. No.
Non si può dire, ma a volte accade.
Accade che sulla scrivania del medico arrivi la perizia-fotocopia della psicologa (sempre uguale, sempre la stessa…), che attesta “un grave disagio a seguito di una gravidanza non cercata”. E’ sufficiente per uccidere un bambino? E’ sufficiente.
Non si può dire, ma accade.
Accade che alcuni ginecologi, per il gran numero di cause intentate ai colleghi (ci sarà un motivo per cui le compagnie assicurative faticano a stipulare polizze con questa categoria di medici, che hanno la responsabilità non di una ma di due vite umane…), spaventati, quando seguono una gravidanza informino i genitori di tutto e a volte anche… di più. Che al minimo sentore di qualcosa che non va prospettino scenari apocalittici. Non sappiamo con certezza, è solo un sospetto, ma suo figlio potrebbe non essere perfetto. Ora la chirurgia neonatale fa miracoli, però l’avvisiamo…
Non si può dire, ma accade.
Io glielo avevo detto, signora. E’ stata coraggiosa, siete stati bravi a portare avanti la gravidanza comunque. Son felice che suo figlio sia sano, ma io, nel caso, l’avevo avvisata che perfetto forse poteva anche non nascere.
Se quel figlio potenzialmente “imperfetto” e invece sano è stato ucciso per eccesso di zelo, pazienza. Io gliel’avevo detto che c’erano solo delle possibilità che non fosse sano. Ha deciso lei, signora. In piena libertà. Guardi, la firma è la sua.
Non si può dire, ma accade.
Accade che i sette giorni dalla richiesta di interruzione che – previsti dalla legge – devono passare perché la donna “soprassieda”, passino. Sì. Lunedì, martedì, mercoledì… Passano. Ma senza la presenza di chi potrebbe (dovrebbe?) sostenere la donna: aiutarla a decidere con cognizione di causa, prospettandole tutte le soluzioni alternative all’aborto. Passati i sette giorni si agisce e si volta pagina. Avanti la prossima.LEGGI TUTTO

mercoledì 19 settembre 2012

LE SFIDE DELLA MATERNITA'



​Gli effetti della crisi colpiscono le mamme in modo sempre più grave, evidenziando, in Italia, un circolo vizioso che lega il basso tasso di occupazione femminile, l'assenza di servizi di cura all'infanzia, le scarne misure di conciliazione tra famiglia e lavoro e la bassa natalità, con una pesante ricaduta sul benessere dei bambini. È quanto emerge dal rapporto "Mamme nella crisi" di Save the Children, presentato oggi a Roma in occasione di una tavola rotonda presso il Senato.

L'occupazione, che nel 2010 si attesta al 50,6% per le donne senza figli - ben al di sotto della media europea pari al 62,1% - scende al 45,6% già al primo figlio, al 35,9% se i figli sono due e al 31,3% nel caso di tre o più figli. Nel solo periodo tra il 2008 e il 2009, ben 800mila mamme hanno dichiarato di essere state licenziate o di aver subito pressioni in tal senso in occasione di una gravidanza.LEGGI TUTTO

domenica 29 luglio 2012

IDA MAGLI IN DIFESA DELLE DONNE E....NON SOLO


di Ida Magli
il Giornale | 24.07.2012 

Di per sé sembra più una notizia «curiosa» che un fatto importante. Un dipendente del famoso albergo Danieli di Venezia, egiziano di religione musulmana, si licenzia per non ricevere ordini da una donna, una governante anch'essa dipendente del Danieli. In seguito, però, non essendo riuscito a trovare un altro lavoro, si ripresenta all'albergo e l'amministrazione lo riassume con un accomodamento: la governante sarà affiancata da un collega di sesso maschile il quale farà da tramite nelle comunicazioni. Il Danieli è un albergo internazionale per definizione, storicamente il più illustre albergo di Venezia, nel quale scendono ospiti provenienti da tutte le parti del mondo, con le loro culture e le loro religioni: il caso viene risolto con rapidità.

Una riflessione però s’impone. L’Europa, l’Italia si avviano ad essere sempre di più affollate da musulmani e la questione dell’uguaglianza maschio-femmina non può essere affidata a soluzioni estemporanee, ma affrontata a livello teorico sia da parte nostra che da parte islamica. Facile a dirsi, sembrerebbe, ma quasi impossibile a realizzarsi. Impossibile perché fino ad oggi nessuno ha voluto soffermarsi a riflettere sulle differenze culturali affidandosi con eccessivo semplicismo all’olio sparso a piene mani del “politicamente corretto”, evitando quello che invece è indispensabile, è giusto fare: sapere davvero, conoscere davvero quanto è scritto nel Corano e quali siano le regole di vita e di mentalità che ne discendono.

Prima di tutto dobbiamo convincerci che i musulmani sono credenti in assoluto e che la loro fede non somiglia neanche lontanamente alla nostra. Il Corano è stato modellato da Maometto sui primi libri dell’Antico Testamento, quindi i più antichi e aderenti al pensiero e ai comportamenti di pastori nomadi del deserto vissuti diverse migliaia di anni prima di Cristo. Sono in gran parte proprio quelli che Gesù ha eliminato: la legge del taglione, il sistema dell’impurità, l’inferiorità delle donne. Nel Corano questi concetti e queste norme sono espresse nella “sura della vacca ” dove si afferma che gli uomini hanno sulle donne un grado di superiorità, che non debbono avvicinarsi alle donne durante il mestruo e altri comandamenti del genere. Tutta una cultura, quindi, è modellata su questi principi tanto che, come ben sappiamo, per non mancare a queste regole il mondo medio orientale, e fino al 1700 anche la Grecia e la Russia, ha stabilito spazi separati (il gineceo) per le donne, un abbigliamento che copre totalmente il corpo e il volto, e soprattutto l’esclusione femminile dalla scuola, dalla vita sociale e dalle istituzioni di potere. Le donne d’Europa non debbono dimenticare poi che, malgrado il Vangelo, la mentalità ebraicizzante dei discepoli di Gesù, a cominciare da quella autoritaria di San Paolo, il contatto con il mondo musulmano dato dai viaggi, dai commerci, dalle crociate, hanno impedito praticamente fino al 1900 una piena parità psicologica e sociale delle donne anche in Occidente. In Italia ai primi del ‘900 quasi tutte le donne erano analfabete: è stato il socialismo a mandarle per legge alle elementari.

Gli italiani hanno fino ad oggi sottovalutato gli effetti di una fede religiosa di tipo antico e che obbedisce perciò alla lettera ai precetti, ai rituali, agli insegnamenti del libro sacro; ma i musulmani che vediamo (cui permettiamo) interrompere il lavoro per pregare ovunque si trovino sono gli stessi musulmani che si ritengono “di un grado superiore alle donne, che non possono avere contatti con le donne mestruate, ecc. ecc.” E’ una convinzione religiosa, ma è simultaneamente una forma mentis , un sistema di pensiero, una struttura giuridica, un carattere psicologico. Nell’immediato futuro in Italia e in Europa il numero dei musulmani crescerà in maniera esponenziale tanto per il continuo sopraggiungere di immigrati quanto per l’altissima natalità di coloro che già vi risiedono. Non sembra che i nostri politici se ne preoccupino: si sono abituati a credere che la “cittadinanza” sia “integrazione”. Ma noi, le donne soprattutto, dobbiamo invece guardare in faccia la realtà perché non sarà necessario che i musulmani abbiano la maggioranza numerica per imporre a tutti la loro fede e i loro comportamenti. Quello che conta è la forza di ciò in cui si crede, la volontà di combattere per affermarlo, cose di cui gli europei, gli italiani non sono più capaci. 

Ida Magli

fonte: http://www.ilgiornale.it/news/interni/che-follia-premiato-lislamico-che-lavoro-disprezza-donne-825016.html

sabato 12 maggio 2012

FESTA DELLA MAMMA.....UN OMAGGIO ALLE MAMME DEI CARCERATI!!




Pensieri davanti al carcere


(da avvenire di Marco Pozza)
Le contempli sotto la pensilina attonite e mute, coi loro fagotti di bucato profumato e qualche pacchetto di biscotti da recare oltre le sbarre. Senza trucchi o abiti ricercati, sotto il sole cocente d’agosto come sotto la nebbia padana d’inizio inverno. Quei figli che oggi stanno dietro le sbarre di un carcere sono usciti dal loro grembo: per il mondo sono delinquenti e briganti, per loro rimangono pur sempre figli da amare e custodire. Dietro le sbarre abitano i figli, davanti alle sbarre stazionano le loro madri, splendide donne capaci di rimettere in scena ogni primo mattino all’esterno delle carceri la riedizione di quella prima Madre sotto la croce. Stabat mater dolorosa: ieri, oggi e sempre. Le chiamano povere donne, di loro qualcuno s’intenerisce, qualche altro forse le prende sottilmente in giro: eppure non cambia nulla dentro quel cuore capace solo di amare a oltranza. Perchè una cosa è il delitto, altra cosa è l’uomo che lo compie. Il primo va condannato, il secondo va amato senza giustificarlo.

Anche in carcere si celebra la festa della mamma, di quelle splendide eroine che campeggiano statuarie fuori dalle sbarre per stringere una mano, carezzare la barba, baciare quel figlio del quale si prova evidente nostalgia. Le loro occhiaie stanche parlano di fatiche e lunghi viaggi, le loro rughe raccontano di notti insonni e pensieri vagabondi, nelle loro scarpe ci sono andate e ritorni senza più certezze. Sono donne speciali, le mamme dei carcerati, perché donne capaci di rimetterli al mondo due volte: la prima volta quando li fecero entrare in questo splendido palcoscenico dell’esistenza, la seconda volta quando, il giorno dopo un misfatto, si sono rimboccate le maniche e han trovato il coraggio di scendere pure loro negli inferi delle galere; per amare quei figli quando forse meno se lo meritavano. Loro hanno capito che è proprio quello il momento in cui hanno più bisogno.LEGGI TUTTO

martedì 6 marzo 2012

IN OCCASIONE DELL' 8 MARZO UN AUGURIO A TUTTE LE DONNE.....E QUALCHE RIFLESSIONE!

8 Marzo 2012 “Giornata della Donna”. Centoquattro anni “legati” alla condizione femminile.

 



Non sono bene accertate le origini della “Festa dell’8 marzo”!

Forse la più attendibile è quella che risale al marzo 1908 quando le operaie dell’industria tessile Cotton di New York scioperarono per contestare le condizioni in cui erano costrette a lavorare.

Quel giorno il proprietario Mr. Johnson bloccò le porte della fabbrica, ma subito scoppiò un incendio e le 129 operaie, tra cui molte italiane, persero la vita mentre cercavano di difendere il loro diritto di lavoro, per un minimo di tutela e rispetto della loro dignità di persone umane e di lavoratrici.

Assumendo una importanza mondiale divenne, in seguito, denominata la “Giornata della Donna”, ulteriore occasione per far conoscere all’opinione pubblica ed alle Istituzioni i problemi della donna.

In Italia la celebrazione ufficiale della Giornata della donna, decisa dal Governo Andreotti nel 1979, è avvenuta a Roma al Palazzetto Venezia con il tema “Le donne nell’Europa per una uguaglianza reale” dalla genovese Onorevole Ines Boffardi Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (PCM)“per la condizione femminile” (ex-Ministero per le Pari Opportunità), con l’incarico specifico di coordinare il servizio, è stato l’inizio della valorizzazione del cambiamento in continua evoluzione della nostra società, che passa attraverso il superare ruoli tradizionali, differenziati e specifici per i due sessi.

Mi rincresce dover dire, ma la verità è d’obbligo (ero Direttore di Sezione PCM e capo della segreteria), che nessun riferimento e da nessun Esecutivo sia stata ricordata l’Onorevole Ines Boffardi, la quale per prima ufficialmente in Italia ha iniziato con appassionata e responsabile dedizione quel lavoro importante e necessario teso a valorizzare anche istituzionalmente la donna, quale persona nella società e nelle Istituzioni.

Dati i tempi dell’epoca molto turbolenti del “femminismo” dove veniva “proclamato” che solo la donna doveva amministrare il “momento” della sua fertilità, maternità ed “uso” del proprio corpo, l’iniziativa governativa era finalizzata al precipuo ed incondizionato obiettivo del riconoscimento dei diritti della condizione femminile e della difesa etica della dignità della donna per quella che era considerata dimenticanza, emarginazione, abuso ed insensibilità.

Ma qual è la vocazione innata nella donna e quale è il ruolo in seno alla comunità umana non del tutto efficace ed efficiente nel mondo?

In ogni tempo essa ha contribuito ad una equilibrata crescita e conformazione dell’umana connivenza costituendo una ricchezza non solo nel focolare domestico, ma nell’intera società, restando pur sempre protagonista privilegiata del cambiamento in continua evoluzione della n/s società, dove si tenta ancora, oggi 2012, di distruggere il principio fondamentale della famiglia che è la cellula primaria e prioritaria della n/s società.

Bisogna ricordare donne con distinzioni manageriali molto bene operanti nel sistema economico, donne che devono affrontare problematiche intese con congiunti disabili fisici, handicappati psichici, in stato vegetativo, donne ancora oggi che si trovano senza adeguati specifici provvedimenti legislativi finalizzati ad alleviare le sofferenze dei loro cari fino alla fine della vita.

Anche il Santo Padre Benedetto XVI per il mese di marzo 2012 chiede ai fedeli di pregare per il riconoscimento del ruolo delle donne nella società (Intenzione - Lettera Pontificia all’Apostolato della preghiera).

Purtroppo si va instaurando un sconnesso relativismo del proprio io, una immoralità dannosa per le giovani generazioni, una cultura di delirio ed idolatria verso gli animali (che rispettiamo in quanto creature di Dio), ma che costituisce una nuova moralità che supera il centralismo dell’uomo e lo relega al di sotto del genere umano, il tutto in un petulante diverbio politico e tale da “scomodare” anche un ex Ministro della Repubblica Italiana “amica nella difesa degli animali”, “dimentica” dell’umanità, del rispetto, dell’individuo-persona, del mondo della sofferenza nella civile e cristiana ItaliaOgni amico dice “anch’io sono amico, ma c’è chi è amico solo di nome” (Bibbia – Libro del Siracide 37,1)

Desidero ancora ricordare l’On. Boffardi che ho sempre ammirato per la instancabile pazienza nella Sua azione, cattolicissima verso ogni persona, coraggiosa ferma decisa nella difesa e nella certezza del diritto naturale della donna, diventata non solo il simbolo del ricordo, ma anche quello della “rinascita” sociale.

Soprattutto di non vedere cadere taluni fondamentali valori etici e sociali che possono produrre un profondo divario tra situazioni legislative nel “problema donna” che resta, pur sempre, protagonista privilegiata del cambiamento in continua evoluzione della nostra società, dove si tenta, ancora oggi, di distruggere l’opera di questo “angelo della casa”, principio fondamentale della famiglia cellula prioritaria della n/s società.

Anche se si assiste ad una fragilità della famiglia, ad una comunità civile “bersagliata” da nuovi disagi sociali, la donna, la madre, la sposa compartecipi di responsabilità, sono sempre in grado di rispondere alle debolezze dell’etica rispettosa delle situazioni del quotidiano tendenti alla diminuzione del valore e delle modalità educative dirette alle giovani generazioni.

E’ opportuno ricordare madri, sorelle, giovani adolescenti vittime indifese quasi quotidianamente di violenze d’ogni genere, specialmente di stupri ricorrenti anche di gruppo, che lasciano nella “vittima” profondi solchi di natura psichica : comunque la famiglia ancora “tiene” e la donna merita il rispetto che sa dare al “focolare domestico”.

I popoli, specie quelli europei, vogliono restare un Continente aperto alla cultura, al sapere, al progresso sociale, alla famiglia, certezze che nella “Giornata della Donna” restano sempre la piattaforma propositiva di democrazia che non disattenda mai quei valori etici di pari opportunità, di rispetto e garanzia futura.

La Costituzione Europea, mi permetto ricordare, allontana le inquietudini e nel contempo traduce i dubbi e le attese dei cittadini, rafforzando la lotta contro l’esclusione sociale garantendo la protezione della famiglia nel Titolo 4°artt.93-94-95, il rispetto della persona e della salute umana di tutti ed in qualsiasi situazione, salvaguardando la non discriminazione di cui al Titolo 3° art .II-81,Parte 3° art. III-118,Capo 5° Parte 3° art. III-278.

Ma non si deve ignorare che esistono altre famiglie, e sono tantissime, dove insiste un malato in stato vegetativo, un malato psichico in cerca di una giustizia legislativa (da ben 34 anni), un disabile fisico che trova ancora “intralci architettonici” nelle strade delle n/s città e dei n/s paesi e dove tutti questi diversamente-abili “vivono” (mediamente) con euro 267,57 al mese, dove scarseggiano provvedimenti legislativi finalizzati ad alleviare le sofferenze anche quelle del fine vita.

L’8 marzo lo si deve festeggiare nella consapevolezza e nell’auspicio di una nuova società che attribuisca più valori umani ed etici nel “viaggio della vita” per un apporto profondo e ricco di solidarietà fra il genere umano.
Questo il  vero significativo ricordo della “Giornata della Donna”, nella consapevolezza e nell’augurio di un rinnovamento continuo della società verso valori umani e per il bene comune, certamente sempre auspicato.

martedì 8 marzo 2011

LE DONNE IN CINA......FORSE GUARDARE A LORO, IN OCCASIONE DELL' 8 MARZO PER CONOSCERE E DENUNCIARE .....


08/03/2011 12:43

CINA
di Wang Songlian - Asianews



Aborti forzati, sterilizzazione, congegni intrauterini, multe: in occasione della Giornata della donna, un lungo articolo analizza la situazione della politica di pianificazione familiare in Cina. Una legge ingiusta e crudele, che nel corso dei decenni ha coperto centinaia di milioni di omicidi e va fermata subito.





Pechino (AsiaNews) – I palliativi o i “casi eccezionali” non serviranno per fermare gli abusi e le violenze collegate alla famigerata legge sul figlio unico in vigore in Cinae che colpisce anzitutto le donne. Essa deve essere abolita, prima che i disastri sociali e demografici che sta creando divengano troppo grandi. È l’opinione di Wang Songlian, attivista del Chinese Human Rights Defender, che in questo intervento in occasione della Giornata delle donne chiede al governo cinese di tornare indietro sulla politica di pianificazione familiare.
Ideata dallo stesso Mao Zedong, ma messa in atto da Deng Xiaoping, la legge lanciata nel 1979 impone alle coppie urbane di avere un solo figlio; quelle rurali possono arrivare a due, ma soltanto in alcuni casi decisi dalle autorità. Secondo Deng essa è indispensabile per tenere sotto controllo la sovrappopolazione ma – applicata con metodi brutali, aborti forzati e violenze diffuse – è stata più volte denunciata da dissidenti interni e criticata persino da una parte della classe politica. Si stima che sotto questa legge siano stati praticati centinaia di milioni di aborti.
Nel frattempo, nell’ambito della Conferenza consultiva politica del popolo cinese, alcuni deputati dell’Heilongjiang hanno dichiarato che il governo centrale “sta pensando” a eliminare una parte di questa politica in cinque province, ma non hanno aggiunto alcun particolare. Tuttavia, come spiega Wang nel lungo articolo che pubblichiamo in forma integrale, “non servono le eccezioni, le tangenti o le multe: va abolita immediatamente, prima che sia troppo tardi”. Il Chrd ha pubblicato mesi fa un rapporto dal titolo “Non ho alcuna scelta sul mio proprio corpo” (v. 22/12/2010 La legge del figlio unico schiavizza il corpo delle donne).
“Ma è ancora praticata”? Questa è una reazione comune che ritrovo quando parlo della politica della pianificazione familiare in Cina. Mentre la popolazione cinese diventa sempre più benestante, sempre più coppie si possono permettere di pagare una multa salata (o una tangente) ai funzionari comunisti per aggirare la legge. Il governo ha anche introdotto alcune eccezioni all’obbligo di avere “un figlio unico”. Tutto questo crea però molta confusione, e alcune speculazioni, sullo status attuale della politica: la popolazione è ancora costretta a seguirla?  
La risposta è un sonoro “sì”. Secondo alcune stime, almeno il 60 % delle coppie cinesi in età riproduttiva – parliamo all’incirca di 420 milioni di persone, uomini e donne – hanno il permesso di avere un solo figlio. Dato l’enorme numero di persone coinvolte, la messa in pratica di questa politica da parte della Cina continua a essere una preoccupazione. Non importa a quante coppie sia permesso avere più di un figlio: il governo continua a privare i propri cittadini del diritto di riprodursi.
La politica è indirizzata ad entrambi i sessi, ma dato che sono le donne ad avere più responsabilità, nell’ambito del controllo delle nascite sono colpite dalla legge in maniera sproporzionata. Alcuni governi locali oggi chiedono che le donne firmino accordi che le obbligano a sottostare a vari aspetti della politica, come test ginecologici periodici che controllino gravidanze o aborti; oppure scoprire le prove di una rimozione di impianti contraccettivi intra-uterini (Iud).
Le donne devono chiedere un “permesso di nascita” prima che venga concesso loro di dare la vita. Quindi, quando hanno raggiunto la propria quota, vengono “persuase” dai rappresentanti comunisti a inserirsi degli Iud o a essere sterilizzate. Le donne non sposate, o quelle che hanno già dato la vita a un figlio, possono essere costrette a effettuare degli aborti forzati.
Sotto la pressione di sorveglianza e coercizione, le coppie non hanno molta scelta se non quella di seguire ciò che il governo dice. Come ha scritto una donna, “se non lo fai, quelli dell’Ufficio per la pianificazione familiare non ti lasceranno andare via. Arriveranno a rapire la tua famiglia, ti faranno entrare in una stanza dalla quale uscirai soltanto con uno Iud inserito”.
Le peggiori violazioni dei diritti umani, insieme a uno sforzo maggiore nell’applicazione della legge sulla pianificazione familiare, tendono a verificarsi durante delle campagne (di solito nelle zone rurali del Paese) che i governi locali ordinano per combattere una diffusa tendenza a sfuggire alla legge. Il 7 aprile dello scorso anno a Puning – una città della provincia meridionale del Guangdong – ha lanciato la “Seconda azione speciale per la sterilizzazione” dopo essere stata criticata nel corso di un incontro provinciale per gli scarsi risultati ottenuti nell’applicazione della legge sul figlio unico.
I rappresentanti della municipalità sono stati avvertiti: se non avessero raggiunto gli standard richiesti, sarebbero stati licenziati. Per raggiungere le proprie quote, questi hanno arrestato i parenti più anziani di quelle coppie con un secondo figlio che lavorano fuori città: questi arresti sono stati usati come mezzo di ricatto per costringere le coppie a tornare e sottoporsi a delle sterilizzazioni forzate. Entro il 12 aprile (5 giorni dopo il meeting) sono state arrestate 1.377 persone. E la metà delle sterilizzazioni richieste (9.559) erano state compiute.
Come è tipico nel corso di queste campagne, i dirigenti locali fissano degli obiettivi arbitrari per i funzionari di basso livello. Gli uomini e le donne nel mirino della legge sono visti come statistiche, non come individui le cui scelte andrebbero rispettate. Le garanzie limitate previste dalla Legge per la pianificazione familiare e della popolazione vengono ignorate, e i dirigenti assicurano che raggiungono i propri scopi con “metodi locali” come arresti, minacce, percosse, demolizione delle case e confisca dei beni appartenenti alle coppie e alle loro famiglie.
È raro che i dirigenti vengano ritenuti responsabili degli abusi commessi in nome della legge per la pianificazione popolare. E quando le vittime cercano giustizia – in tribunale o attraverso il sistema delle petizioni – vengono ignorate o rischiano grosso.
Chen Guangcheng, attivista cieco di Linyi (nello Shandong) è stato condannato a 4 anni e 3 mesi di detenzione per aver portato avanti delle campagne pubbliche contro le violenze previste dalla legge. Dal suo rilascio, avvenuto all’inizio del settembre 2010, il governo locale ha messo lui e la sua famiglia agli arresti domiciliari senza alcuna motivazione giuridica. E nessun dirigente è stato punito per gli abusi che Chen ha documentato.
La messa in pratica della pianificazione familiare è estremamente irregolare: è soggetta a varie direttive dettate dalla politica locale, così come è aperta all’interpretazione dei funzionari. Per esempio se una madre o un padre rifiutano di farsi sterilizzare, in alcuni casi l’hukou (certificato di residenza) dei figli viene trattenuto. In altri casi si va incontro a minacce o violenza.
In alcune parti della nazione, i genitori possono pagare una multa o corrompere i funzionari per evitare la sterilizzazione. Ad altri non viene neanche chiesto di subire questa procedura: sono loro stessi che chiedono di pagare la multa, chiamata in maniera ufficiale “tassa per il mantenimento sociale”.
Anche se esistono degli standard precisi per applicare le multe, esistono ampi spazi di interpretazione: questo crea delle applicazioni scorrette della legge ed enormi possibilità di corruzione. I membri della crescente classe media cinese potrebbero anche essere in grado di comprarsi una via d’uscita dalla politica; i residenti rurali e i poveri non sono in grado di farlo.
I cambiamenti nella politica di pianificazione familiare sono al di là da venire. Mentre si ritiene molto spesso che sia grazie a questa che si è ridotta in maniera drastica la popolazione cinese, in altri posti si è ottenuto lo stesso risultato senza gli abusi ai diritti umani o le distorsioni demografiche create dalla legge sul figlio unico. La politica, infatti, ha creato una sproporzione enorme fra i due sessi, così come oggi mancano giovani lavoratori in grado di curarsi degli anziani.
Misure d’appoggio – come aumentare il numero di situazioni “eccezionali” in cui viene permesso un secondo figlio – sono inadeguate e ingiuste, e non faranno nulla per limitare gli abusi collegati a questa politica. Servono oggi dei cambiamenti fondamentali: la politica di pianificazione familiare nella sua forma attuale deve essere abolita e rimpiazzata da una legge basata sulla libera scelta e su un sistema sanitario e e riproduttivo di altissimo livello.

giovedì 26 agosto 2010

SEMPRE NOTIZIE DALLA CINA, UN'ALTRA SCOMPARSA CHE SCONVOLGE DI PIU' DI QUELLA AL PRECEDENTE POST

» 26/08/2010 08:29

CINA

Giovane madre cinese rapita e sterilizzata per far rispettare la legge del figlio unico
La donna è scomparsa dal 15 luglio ed è stata sottoposta a sterilizzazione forzata. A causa dell’operazione si trova ancora in ospedale. La madre, che ha denunciato la scomparsa è stata arrestata per 10 giorni. I danni della legge sul figlio unico.

 

Hong Kong (AsiaNews/Chrd) – Una giovane madre di 23 anni è stata rapita e sterilizzata a forza dai membri dell’Ufficio per il controllo della popolazione del’Anhui. La notizia è stata diffusa oggi dal Chrd (Chinese Human Rights Defenders).
Li Hongmei, 23 anni, della contea di Changfeng, ha dato alla luce la sua prima bambina lo scorso 21 giugno. Il 15 luglio scorso, l’ufficio per la pianificazione familiare l’ha rapita insieme alla sua bambina. Quando la sua famiglia ha denunciato la sua scomparsa, la madre di Li, Yang Yonglian, è stata arrestata dalla polizia locale e detenuta per 10 giorni con l’accusa di “ostacolare il corso dei doveri ufficiali”.
In seguito la famiglia ha appreso che Li, madre da meno di un mese, era stata portata all’ospedale di Shuangfeng, dove i membri del controllo sulla popolazione l’hanno costretta a firmare il consenso per la sterilizzazione.
Chrd dichiara che dopo la sterilizzazione forzata Li si è ammalata e soffre di vertigini e dolori al petto. Al momento si trova ancora in ospedale.
Per garantire i programmi di sviluppo economico, e tenere basso l’incremento della popolazione, la Cina ha adottato dalla fine degli anni ’70 la legge del figlio unico che permette a una coppia di avere solo un figlio. A ogni provincia, città, villaggio viene fissata una quota annuale di nuove nascite. Per rispettare la quota i rappresentanti dell’Ufficio per la popolazione ricorrono ad aborti forzati (anche al nono mese), sterilizzazione delle donne e dei maschi, enormi multe fino a uno-due anni di salari annuali per chi ha un secondo figlio.
Sociologi ed economisti mettono in guardia da tempo sul veloce invecchiamento della popolazione. Inoltre, per la preferenza sul figlio maschio da parte di contadini, si è diffusa la pratica degli aborti selettivi, uccidendo i feti femmine e creando un pesante squilibrio nel rapporto fra maschi e femmine. Per questo, diverse personalità chiedono che lo Stato cambi la legge del figlio unico, permettendo di avere almeno due figli per coppia. Ogni anno, però, il governo riafferma la “bontà” della legge sul figlio unico.

Fonte:
http://www.asianews.it/notizie-it/Giovane-madre-cinese-rapita-e-sterilizzata-per-far-rispettare-la-legge-del-figlio-unico-19284.html

lunedì 15 marzo 2010

QUANTO CONTANO LE DONNE IN CINA ED ANCHE IN ALTRI PAESI ??? MENO DI ZERO, IN RISPETTO ALLA POLITICA DEL FIGLIO UNICO !!!


Speriamo che sia maschio



Gendercide, una guerra mondiale contro le



figlie femmine



Tecnologia, calo della fertilità e vecchi pregiudizi congiurano per squilibrare la società. La scrittrice cinese Xinran  Xue  descrive  la  sua  visita  a una  famiglia  contadina a Yimeng, nella  provincia  dello Shandong.

Una donna stava partorendo. “Ci eravamo appena seduti in cucina – racconta – quando sentimmo un gemito di dolore arrivare da dietro la porta della stanza da letto... Il pianto diventava sempre più forte... e bruscamente si interruppe. C’era adesso un singhiozzare sommesso, e una voce maschile e burbera esclamò, in tono accusatorio: ‘Piccola cosa senza valore!’”.



“All’improvviso qualcosa si mosse rapida dietro di me, vicino a un grande secchio dell’immondizia – ricorda miss Xinran. – Vidi una cosa orrenda: dal secchio spuntavano due minuscoli piedini. L’ostetrica doveva averci gettato dentro il bambino, vivo. Feci per alzarmi, ma i due poliziotti (i miei accompagnatori) mi posero due robuste mani sulle spalle: ‘Non si muova, non può più salvarlo, è troppo tardi’.



‘Ma... si tratta d’omicidio... e voi siete la polizia!’. Il piedino adesso era immobile. Il poliziotto mi tenne ferma per qualche minuto. Una vecchia donna, avvicinatasi per consolarmi, mi disse: ‘Fare una bambina non è gran cosa, da queste parti’. ‘Ma era un bambino vivo’ risposi con voce tremante, indicando il secchio. ‘Non era un bambino – mi corresse. – Era una bambina, e non possiamo tenerla. Da queste parti, non puoi fare a meno di un figlio maschio. Le figlie femmine non contano’”.



Lo scorso gennaio, l’Accademia cinese di scienze sociali (ACSC) ha mostrato cosa può accadere a un paese dove le figlie femmine non contano. Entro dieci anni, un giovane uomo su cinque non potrà trovare una moglie per la carenza di giovani donne – una media senza precedenti per una nazione in periodo di pace.



Tale dato è basato sullo scarto tra i numeri di uomini e donne nella popolazione di età inferiore ai 19 anni. Secondo la ACSC, in Cina nel 2020 ci saranno, rispetto alla fascia d’età presa in esame, tra i 30 e i 40 milioni di uomini in più delle donne. Si consideri che gli uomini non ancora ventenni in Germania, Francia e Gran Bretagna sono 23 milioni, in America 40 milioni. Quindi la Cina si ritrova con la prospettiva di avere, tra dieci anni, una popolazione di giovani maschi pari a quella americana, o quasi doppia di quella delle tre più grandi nazioni europee, per la quale le possibilità di trovare una moglie saranno poche o nulle, che presumibilmente non avrà alcuno stimolo a lasciare la casa dei genitori, né raggiungerà il posto nella società riservato a coloro che hanno moglie e figli.



Il “Femminicidio” (Gendercide) – prendendo a prestito il titolo di un libro scritto da Mary Anne Warren nel 1985 – è spesso visto come l’indesiderata conseguenza della legge cinese che impone un solo figlio a famiglia, o di povertà e ignoranza. Ma questi fattori non possono bastare per spiegare tutta la storia. Il “surplus” di scapoli – che in Cina vengono chiamati guanggun, o “rami nudi” – sembra abbia avuto un’accelerazione tra il 1990 e il 2005, in modi non direttamente riconducibili alla politica del figlio unico, che venne introdotta nel 1979. Inoltre, come sta diventando sempre più chiaro, la guerra alle bambine non è limitata alla Cina.



Parti dell’India hanno medie sessuali squilibrate come nel limitrofo paese più a nord. Altri paesi dell’estremo oriente – Corea del Sud, Singapore e Taiwan – registrano un numero di nascite maschili singolarmente alto. Lo stesso accade, dopo il collasso del comunismo, in paesi ex-comunisti nei Balcani e nel Caucaso. Un tale fenomeno si registra anche in alcune, limitate parti dell’America.



La vera causa, secondo Nick Eberstadt, studioso di demografia al think-tank di Washington American Enterprise Institute, non sono le particolari leggi di una certa nazione quanto “la fatale collisione tra un’ottusa preferenza per un figlio maschio e il diffondersi da un lato delle analisi prenatali, dall’altra di una fertilità in declino”. Eberstadt indica tendenze globali. La distruzione selettiva delle bambine è una tendenza altrettanto globale.



I maschi sono leggermente più soggetti a morire nel periodo infantile. Per compensare, nascono più maschi che femmine, in modo che nella pubertà il numero di maschi e femmine sia uguale. In tutte le società dove vengono registrate le nascite, nascono tra i 103 e i 106 maschi ogni 100 femmine. Tale proporzione si è mantenuta così stabile nel tempo, da far pensare che si tratti dell’ordine naturale delle cose.



Questo ordine è cambiato drasticamente negli ultimi 25 anni. In Cina, il rapporto tra i sessi per la generazione nata tra il 1985 e il 1989 era 108, già oltre la fascia d’oscillazione naturale. Per la generazione nata nel 2000-04, era di 124 (ovvero, 124 neonati per ogni 100 neonate). Queste medie sono biologicamente impossibili senza un intervento umano.



Le medie nazionali forniscono medie stupefacenti se scorporate a livello provinciale. Secondo quanto riferisce una ricerca cinese risalente al 2005 e ripresa dal British Medical Journal*, solo una regione, il Tibet, ha una media dei sessi in linea con quella naturale. Quattordici province – per la maggior parte all’est e nel sud – hanno medie dei sessi di 120 e oltre, mentre tre hanno una media inedita di oltre 130. Come afferma la ACSC, “lo squilibrio dei sessi è andato crescendo anno dopo anno”.



Lo studio del BMJ getta luce su uno degli enigmi riguardanti lo squilibrio dei sessi in Cina. Quanto, questo squilibrio, può essere stato gonfiato dalla pratica di non dichiarare la nascita di una bambina, per mantenere la speranza di avere un figlio maschio al tentativo successivo? Non molto, ritengono gli autori. Se questa presunta pratica fosse realtà, spiegano, ci si aspetterebbe che le medie del sesso cambierebbero repentinamente quando le ragazze che erano state celate alla nascita cominciassero a venir registrate negli elenchi pubblici, per esempio quelli scolastici o dell’assistenza sanitaria. Il fatto è che un tale cambiamento non c’è. La media dei sessi nei quindicenni, nel 2005, non era molto dissimile da quella dei nati nel 1990. La conclusione è che è proprio l’aborto sesso-selettivo, e non la mancata registrazione delle nascite femminili, a determinare l’eccesso di maschi.



Ci sono altri paesi che hanno pesantemente alterato la media dei sessi senza aver introdotto le draconiane regolamentazioni cinesi. Quella di Taiwan era poco più alta della norma nel 1980, nel 1990 era arrivata a 110; attualmente, è di poco inferiore a quel livello. Nello stesso periodo, la media dei sessi nella Corea del Sud è passata da poco più del normale a 117 – nel 1990 era la più alta nel mondo – per poi tornare a livelli più naturali. Entrambi erano paesi ricchi, in rapida crescita e con un’istruzione media di livello abbastanza alto già nel periodo in cui si verificò quest’accelerazione delle nascite maschili.



La Corea del Sud sta già sperimentando alcune sorprendenti conseguenze. Il surplus di scapoli in quella che è una nazione ricca ha già risucchiato mogli dall’estero. Nel 2008, l’11% dei matrimoni era “misto”, per lo più tra un uomo coreano e una straniera. Ciò sta creando tensioni in una società fino a pochi anni fa omogenea, spesso ostile ai bambini nati da coppie miste. La tendenza è particolarmente forte nelle campagne, dove il governo prevede che, per il 2020, la metà dei matrimoni saranno misti. I bambini nati da queste unioni sono tanto numerosi da aver dato luogo a un neologismo: “Kosians”, ovvero coreano-asiatici.



La Cina, nominalmente, è un paese comunista; ma altrove la crescita dello squilibrio tra i sessi è stata attribuita proprio al crollo del comunismo. Dopo l’implosione dell’Urss, nel 1991, si registrò un aumento della media di nascite maschili su quelle femminili in Armenia, Azerbaijan e Georgia. La media dei sessi passò da quella naturale a 115-120 nel 2000. Un’analoga crescita si ebbe in alcuni paesi balcanici dopo la disgregazione della Jugoslavia. La media in Serbia e Macedonia è di 108. Ci sono segni di squilibrio persino in America, all’interno di alcune comunità di origine asiatica. Nel 1975, secondo i calcoli di Eberstadt, la media dei sessi tra i cino-, nippo- e filippino-americani era tra 100 e 106; nel 2002 è passata a 107-109.



Ma il paese dal record più rimarchevole è l’altro supergigante, l’India. L’India non produce statistiche sul sesso delle nascite, dunque i suoi dati non sono strettamente comparabili con quelli di altri paesi. Ma non c’è dubbio che il numero dei maschi sia aumentato in relazione a quello delle femmine e che, come in Cina, esistano sensibili differenze a livello locale. Gli stati nordoccidentali di Punjab e Haryana hanno squilibri marcati quanto quelli delle province cinesi sudorientali. A livello nazionale, la proporzione tra bambini e bambine di sei anni d’età è passata da un ineccepibile 104/100 nel 1981 a un biologicamente impossibile 108/100 nel 2001. Nel 1991, esisteva un unico distretto dove la media era di 125/100; nel 2001 una tale media si era diffusa in 46 distretti.



La generale credenza in merito a questi problemi è che si tratti del risultato di “mentalità retrograde” tipiche di società arretrate o, nel caso cinese, degli effetti della legge sul figlio unico. Di conseguenza, riformare le leggi o modernizzare la società (ad esempio, migliorando lo status delle donne) dovrebbe riportare il rapporto tra i sessi a livelli normali. Ma ciò non sempre accade e, dove invece accade, la strada per tornare a medie naturali si rivela spesso tortuosa e accidentata.



La preferenza del figlio maschio sulla figlia femmina non è comune a ogni cultura. Ma in quelle dove ciò accade – specialmente quelle in cui il nome di famiglia passa per linea maschile, e dove è l’uomo che, per tradizione, dovrà prendersi carico dei genitori quando anziani – un figlio è meglio di una figlia. Una ragazza è destinata a unirsi alla famiglia del marito dopo il matrimonio, e per i genitori è perduta. Per dirla come gli indù, “crescere una figlia è come dare l’acqua al giardino del vicino”.



La “preferenza del figlio maschio” è visibile – in alcuni casi, travolgente – nei sondaggi. Nel 1999, il governo indiano chiese alle donne quale sesso preferissero per il loro prossimo figlio. Un terzo di quelle senza bambini risposero “maschio”, due terzi non espressero preferenza, solo una piccola minoranza disse “una femmina”. Sondaggi svolti in Pakistan e Yemen hanno dato risultati analoghi. Le madri, in alcuni paesi in via di sviluppo, dicono che vogliono figli maschi, non figlie femmine, nella proporzione di dieci a uno. In Cina, le ostetriche incassano provvigioni maggiori se fanno nascere un maschio invece di una femmina.



A caccia di cuccioli
La cosa insolita sulle preferenze figlio/figlia è che sorgono soprattutto per le seconde o terze nascite. Tra le donne indiane con due bambini (di qualunque sesso), il 60% dice di volere un figlio maschio, quasi il doppio rispetto alle preferenze per il primo parto. E’ anche la preferenza di quelle che hanno già due figlie. La percentuale sale a 75 per quelle con tre bambini. La differenza nell’atteggiamento dei genitori rispetto alle prime nascite e a quelle successive è ampia e significativa.



Prima degli anni Ottanta, la gente dei paesi arretrati poteva fare poco per assecondare le proprie preferenze: prima della nascita, la natura seguiva il suo corso. Ma in quel decennio, le analisi prenatale, in particolare l’ecografia, hanno permesso di scoprire il sesso di un bambino prima che venga alla luce: queste tecnologie hanno cambiato tutto. In India, i medici iniziarono a fare pubblicità all’ecografia con slogan del tipo “Pagate 5.000 rupie (110 dollari) per salvare 50 mila rupie domani” (il costo si riferiva all’ammontare della dote per la figlia). Milioni di coppie che volevano un maschio, ma rifuggivano dall’idea di sopprimere una figlia femmina, scelsero di abortire.



L’impiego selettivo degli aborti è stato vietato in India nel 1994, in Cina nel 1995. E’ illegale in quasi tutti i paesi (sebbene la Svezia lo abbia legalizzato nel 2009). Ma dato che è praticamente impossibile provare che un aborto è stato effettuato per selezionare il sesso, la pratica resta diffusa. Un’ecografia costa circa 12 dollari, una spesa alla portata della maggioranza delle famiglie cinesi o indiane. E’ accaduto che in un ospedale del Punjab, nel nord dell’India, le sole bambine nate dopo una tornata di esami ecografici siano state erroneamente scambiate per maschi, o siano nate in parti gemellari assieme a un maschio.



La diffusione delle tecnologie grazie alle quali è possibile ritrarre il feto non soltanto ha squilibrato la proporzione tra i sessi, ma fornisce anche la spiegazione di quello che a prima vista sembrerebbe un enigma: la squilibrio tra i numeri di maschi e femmine tende a salire assieme al reddito e al grado di istruzione, cosa che non ci si aspetterebbe se fossero davvero le “mentalità retrograde” il fulcro del problema. In India, alcune delle regioni più prospere – Maharashtra, Punjab, Gujarat – mostrano i peggiori squilibri. In Cina, più alto è il grado di alfabetizzazione, più alta è la proporzione di maschi. Tale proporzione cresce anche con il reddito pro capite.



Nel Punjab, Monica Das Gupta, funzionaria della Banca mondiale, ha scoperto che le seconde e terze figlie di madri di alto grado di istruzione hanno il doppio di probabilità di morire prima dei cinque anni rispetto ai coetanei maschi, prescidendo dal loro ordine di nascita. La discrepanza è assai minore nelle famiglie meno benestanti. La Das Gupta ritiene che le donne non utilizzino necessariamente un’istruzione o un reddito superiore per venire incontro alle proprie figlie. Le famiglie più istruite e benestanti condividono le preferenze delle famiglie più umili loro vicine, ma dato che tendono ad essere più piccole, sentono ancor di più la pressione di avere un figlio e un erede, qualora la prima nascita sia stata un’indesiderata figlia femmina**.



Così, la modernità e la crescita del reddito rendono più facile e più desiderabile selezionare il sesso dei propri figli. Da ciò discende un’ulteriore conseguenza: la piccolezza della famiglia combinata con una maggiore ricchezza rinforzano l’imperativo di fare un figlio maschio. Quando le famiglie sono numerose, di certo salterà fuori un figlio maschio che tramandi il nome del casato. Ma se si hanno solo uno o due bambini, la nascita di una figlia femmina può essere considerata come “a detrimento” della nascita di un maschio. Così, con redditi in aumento e fertilità in diminuzione, sempre più gente si trova a far parte di piccole e benestanti famiglie in cui è grande la pressione di avere un figlio maschio.



In Cina, la politica del figlio unico ha aumentato ulteriormente quella pressione. Sorprendentemente, è proprio l’ammorbidimento di quella politica, più che la politica pura e semplice, a spiegare la crescita del numero di maschi.



Nella maggior parte delle città, le coppie sono in genere autorizzate ad avere un solo figlio – è questa la politica nella sua forma più pura. Ma nelle campagne, dove vive il 55% della popolazione cinese, ci sono tre varianti della legge. Nelle province costiere, il 40% delle coppie è autorizzato ad avere un secondo figlio, se il primo è una femmina. Nelle province centrali e meridionali a ogni coppia è permesso di avere un secondo figlio se il primo è femmina o se i genitori sono stati colpiti da “avversità”, un criterio la cui valutazione è lasciata ai funzionari locali. Nelle province più a ovest e nella Mongolia interna, le province non adottano alcuna politica del figlio unico. Alle minoranze è permesso un secondo, a volte anche un terzo figlio, qualunque sia il sesso del primogenito.



Queste ultime province sono le sole che si avvicinano a una media dei sessi naturale. Sono scarsamente popolate, e abitate da comunità etniche che non gradiscono l’aborto, né disprezzano il valore di una figlia femmina. Le province con la più alta percentuale di maschi si trovano nel secondo gruppo, quello in cui maggiori sono le eccezioni alla politica del figlio unico. Come mostra lo studio del BMJ, tali eccezioni sono determinanti per via delle preferenze accordate alle seconde o terze nascite.



Ad esempio, si consideri il Guangdong, la provincia cinese più popolosa. La sua proporzione tra i sessi è 120, quindi molto alta. Siamo fuori dalla norma, ma non di tantissimo. Se però si prendono in considerazione i secondogeniti, che sono autorizzati nelle campagne, la proporzione sale a 146 maschi per 100 femmine. E per quelle relativamente poche coppie autorizzate ad avere un terzo figlio, la proporzione diventa di 167 a 100. Ma persino uno squilibrio tanto marcato non è il caso limite. Nella provincia di Anhui, nelle terze nascite si ha un rapporto di 227 maschi per 100 femmine, mentre nella municipalità di Pechino (dove sono permesse eccezioni nelle campagne) tale proporzione raggiunge un difficilmente credibile livello di 275 a 100. In altre parole, quasi tre maschietti per ogni femminuccia.



Monica Das Gupta ha trovato qualcosa di molto simile in India. Le figlie primogenite sono trattate come i loro fratelli; ma per le altre bambine è più facile morire in tenera età. La regola sembra essere che i genitori accolgano con gioia una figlia, se è il primo nato. Ma poi faranno di tutto perché i figli seguenti siano maschi.



Il pericolo dei “rami nudi”



Da sempre, i giovani uomini sono responsabili della grandissima parte di crimini e violenze – in special modo ciò accade in quei paesi dove lo status sociale dipende dall’essere sposati con prole, come avviene in Cina e in India. Una popolazione in costante crescita di giovani “single” annuncia seri problemi.



Il tasso di criminalità è quasi raddoppiato in Cina durante gli ultimi vent’anni in cui è aumentato lo squilibrio tra i sessi, e si sono moltiplicati i casi di sequestro e traffico di donne, di stupri e di prostituzione. Uno studio ha evidenziato l’interdipendenza di tutti questi fattori†, e che la preponderanza anomala di maschi è responsabile di circa un settimo dell’aumento del crimine. Anche in India c’è una correlazione tra i tassi di criminalità su base provinciale e lo squilibrio tra i sessi. In “Bare Branches”†† (Rami nudi, detto cinese per “scapoli”; confronta sopra - ndt), Valerie Hudson e Andrea den Boer ammoniscono che i problemi generati da una sproporzione tra i sessi potrebbero portare a politiche autoritarie. I governi, sostengono, “dovranno limitare il pericolo che questi giovani uomini rappresentano per la società. Un inasprimento delle leggi in senso autoritario per stroncare crimine, bande, contrabbando e via dicendo potrebbe essere uno dei risultati”.



La violenza non sarebbe l’unica conseguenza. Si riferisce che in alcune parti dell’India sia crollato il costo delle doti. Dove la gente paga un prezzo per la moglie (ovvero, la famiglia del marito corrisponde una certa somma in denaro a quella della sposa), quel prezzo è aumentato. Negli anni ’90, la Cina ha assistito all’apparizione di decine di migliaia di “truppe guerrigliere da nascita-extra”: trattasi di coppie originarie di zone in cui vige la legge del figlio unico, che si trasferiscono di continuo da una città all’altra per mascherare la loro prole di due o tre figli all’occhio delle autorità. E, a quanto afferma l’Oms, il rateo di suicidi femminili, in Cina, è tra i più alti nel mondo (come anche in Corea del Sud). Il suicidio è la prima causa di mortalità  tra le donne cinesi di età compresa tra i 15 e i 34 anni residenti nelle campagne, dove tante giovani madri si sono tolte la vita bevendo fertilizzanti agricoli, facili da trovare. La giornalista Xinran Xue crede che siano tutte vittime dello stesso rimorso, nato il giorno in cui rifiutarono con l’aborto, o addirittura uccisero, le loro figlie.



Alcune delle conseguenze di questo squilibrio tra i sessi sono del tutto inaspettate. Probabilmente ha incrementato il tasso di risparmio dei cinesi. Ciò è dovuto al fatto che i genitori con un solo figlio mettono da parte soldi per aumentarne le possibilità di conquistare una donna attraente nel’ultra-competitivo mercato matrimoniale cinese. Shang-Jin Wei della Columbia University e Xiaobo Zhang dell’International Food Policy Research Institute di Washington, DC, hanno raffrontato l’attitudine al risparmio delle famiglie con un figlio unico maschio con l’attitudine al risparmio delle famiglie con figlie femmine. “Non solo abbiamo trovato che le prime risparmiano di più delle seconde, in ogni regione della Cina – riferisce Wei – ma abbiamo anche rilevato che i risparmi tendono a essere maggiori in quelle regioni dove è maggiore lo squilibrio tra i sessi”. Secondo i due ricercatori, all’incirca la metà dell’aumento del risparmio cinese avutosi negli ultimi 25 anni è attribuibile all’aumento dello squilibrio tra i sessi. Se ciò fosse vero, si potrebbe pensare che le politiche economiche volte a rilanciare i consumi saranno meno efficaci di quanto il governo si augura.



Col passare delle generazioni, molti dei problemi associati alla selezione del sesso non potranno che peggiorare. Le conseguenze sociali diventeranno evidenti quando i maschi nati in gran numero nello scorso decennio raggiungeranno la maturità. Nel frattempo, la pratica della selezione del sesso potrebbe ulteriormente diffondersi con l’abbassamento del tasso di fertilità e l’arrivo anche nei paesi meno sviluppati delle tecnologie ultrasoniche di diagnosi prenatale.



Ma la storia della distruzione delle bambine non termina, per fortuna, nella più nera disperazione. C’è almeno un paese, la Corea del Sud, che ha ribaltato la sua tradizionale preferenza per il figlio maschio e inciso sulla sproporzione tra i sessi. Ci sono buoni motivi per sperare che anche Cina e India riescano a fare altrettanto.



La Corea del Sud è stata la prima a registrare anomalie eccezionali nell’equilibrio tra i sessi, ed è stata la prima a muoversi per eliminarli. Tra il 1985 e il 2003, la quota di donne sudcoreane che dichiaravano agli inviati del sistema sanitario nazionale di “dovere avere un figlio maschio” è scesa di quasi i due terzi, dal 48 al 17%. Dopo un intervallo di dieci anni, a partire dalla metà degli anni Novanta lo squilibrio ha iniziato a ridursi, e adesso il rapporto è di 110 maschi per 100 femmine. Monica Das Gupta ritiene che, sebbene la modifica di norme sociali richieda tempi lunghi e la soluzione sia ostacolata dall’introduzione delle ecografie, un cambiamento può comunque arrivare. La modernizzazione non si limita a rendere più facile per i genitori controllare il sesso del nascituro, ha anche l’effetto di mutare i valori di una società, inclusi quelli che portano a preferire un figlio maschio a una figlia femmina. Arriva un punto in cui una tendenza prevale su quella opposta.



E’ possibile che Cina e India stiano raggiungendo quel punto. Il censimento 2000 e lo studio della ACSC mostrano entrambi che il rapporto tra i sessi, in Cina, è stabile: 120/100. Alla fine, sembra che la sua crescita si sia fermata. A livello locale, secondo la Das Gupta†††, le province in cui il rapporto tra i sessi era più squilibrato (e dove risiedono oltre i due terzi della popolazione cinese) hanno visto una decelerazione nella sproporzione a partire dal 2000, mentre in altre province – che ospitano complessivamente un altro quarto della popolazione – la sproporzione è crollata. Un secondo studio mostra che anche in India la preferenza per il figlio maschio è in calo, e che la sproporzione tra i sessi, come in Cina, sta crescendo più lentamente. Nei villaggi della regione di Haryana, in presenza di uomini le anziane stanno sedute, velate e silenti. Ma le loro figlie non si coprono e parlano liberamente perché, spiegano, hanno visto donne scoperte al lavoro o in tv, e dunque una cosa del genere per loro è del tutto normale.



Monica Das Gupta sottolinea che, sebbene i due giganti siano sensibilmente più poveri della Corea del Sud, i loro governi, attraverso leggi e campagne contro la discriminazione, stanno sostenendo sforzi senza precedenti per convincere la loro gente a trattare le bambine come i bambini. Le inattese conseguenze della selezione del sesso sono vaste; potrebbero essere anche peggiori. Ma, alla fine – riconosce la Das Gupta – “sembra stia per arrivare una svolta nel fenomeno asiatico delle ‘ragazze scomparse’”.



•    “China’s excess males, sex selective abortion and one child policy” (L’eccesso di maschi in Cina, aborto selettivo maschio/femmina e politiche del figlio unico) di Wei Xing Zhu, Li Lu e Therese Hesketh. BMJ 2009



** “Why is son preference so persistent in East and South Asia?” (Perché la preferenza per un figlio maschio è tanto persistente nell’Asia orientale e meridionale?) di Monica Das Gupta, Jiang Zhenghua, Li Bohua, Xie Zhenming, Woojin Chung e Bae Hwa-Ok. World Bank, Policy Research Working Paper 2942.



† “Sex ratios and crime: evidence from China’s one-child policy” (Proporzione tra i sessi e criminalità: testimonianze dalle politiche cinesi sul figlio unico) di Lena Edlund, Hongbin Li, Junjian Yi e Junsen Zhang. Institute for the Study of Labour, Bonn. Discussion Paper 3214



†† “Bare Branches” di Valerie Hudson e Andrea den Boer. MIT Press, 2004



††† “Is there an incipient turnaround in Asia’s ‘missing girls’ phenomenon?” (Sta arrivando una svolta nel fenomeno asiatico delle “ragazze scomparse”?) di Monica Das Gupta, Woojin Chung e Li Shuzhuo. World Bank, Policy Research Working Paper 4846.
(copyright Economist. Traduzione di Enrico De Simone)



  Fonte: http://www.loccidentale.it/articolo/gendercide,+unaa+nuova+guerra+mondiale+ma+contro+le+bimbine.0087772